Terra promessa

01:43 Posted In Edit This 0 Comments »

La terra promessa.............
Il mondo è pieno di disfattisti, non c’è niente da fare. Gente che sparge ansia, panico, sfiducia e pessimismo. Siamo nel pieno di una crisi economica tra le peggiori che si ricordino, forse una vera e propria rottura del sentiero dello sviluppo e come se non bastasse c'è gente che rema contro. Proprio in questi momenti, il WWF pubblica il Living Planet Report, un documento che ogni due anni fornisce informazioni sullo stato di salute dei sistemi naturali del pianeta Terra, gli effetti causati dall’intervento antropico su di essi, e contiene anche il Living Planet Index (“indice del pianeta vivente”). Questa edizione del Rapporto parla di mondo in “Recessione ecologica”: dal 1970 a oggi si è perso il 30% di biodiversità. E l'umanità consuma un terzo in più di quanto questo possa la terra sia in grado di sostenere. Se va avanti così, dicono quei disfattisti del WWF, saranno guai seri, e la recente flessione dell'economia mondiale sembrerà un banale raffreddore, se confrontata con la difficile situazione di credito ecologico che si profila all'orizzonte. Secondo i calcoli del WWF, se le cose continuassero con questo andazzo, nel 2045 ci servirà un altro pianeta tutto intero per mantenere gli stessi stili di vita. Davvero c’è gente che si attacca a tutto pur di polemizzare: ma dov’è il problema? Se davvero nel 2035 servisse un'altra terra, e che ci vuole? Per quell’epoca, infatti, la brutta recessione sarà solo un ricordo, il mercato dei titoli derivati sarà rifiorito, ci saranno abbastanza soldi per comprarsi una bella terra nuova di zecca: ultimo modello, tutta accessoriata: con fiumi, laghi, mari, montagne e cieli. Senza inquinamento, senza desertificazione. Senza problemi, insomma. Certo, forse costerà un po’ cara, ma non importa: con un po’ di fantasia e di ottimismo tutto si può fare. E ognuno si potrà comprare la sua bella fonte di acqua pulita, il suo bel bosco con scoiattoli e passerotti, il suo mare limpido pieno di pesci, il suo pezzo di cielo senza fumi e veleni. Basta solo un po’ di spirito d’iniziativa e voglia di lavorare. Però, un problema, piccolissimo, c’è. Qualcuno dovrà decidersi di smetterla di fare il disfattista, rimboccarsi le maniche, metter su una bella fabbrica, e cominciare a produrre questo secondo pianeta, questa terra di riserva. Dicono che uno ci ha messo 7 giorni, tanto tempo fa, ma quello era un padreterno. A un imprenditore, anche se pieno di entusiasmo e di ottimismo, magari serve più tempo. Meglio preparasi, e in fretta. Clienti non gliene mancheranno di sicuro. E comunque nell’attesa, per sicurezza, è meglio tenersi cara la vecchia Terra, anche con i suoi acciacchi. Non tutte le ciambelle riescono con il buco, e non è detto che la copia riesca bene come l’originale.
D.V.

Honga Roa

08:22 Posted In Edit This 0 Comments »

L'ultimo albero..........

HONGA ROA (Isola di Pasqua). Cecità ecologica. La fine della civiltà Rapa Nui nasce principalmente da questa condizione in cui ha vissuto per secoli. Rinchiusi in quei pochi chilometri con un passato ormai dimenticato e un futuro che non andava oltre l'orizzonte, gli abitanti dell'Isola di Pasqua si sono infatti ripiegati su loro stessi, ossessionati da una religione che era diventata ragione di vita e apparentemente senza alcun desiderio di conoscenza. La vita per secoli era scorsa in mezzo ad una natura rigogliosa di un'isola che mantiene anche oggi intatto un fascino senza tempo. Ma la mancanza di un "sapere ecologico" e la convinzione errata che fosse il ‘mana' (il potere) del capo/personaggio defunto la loro garanzia di sopravvivenza piuttosto che lo studio dei fenomeni naturali, li hanno portati alla rovina amici del GVA. Quando fu tagliato l'ultimo albero a Rapa Nui nessuno capì che non ne sarebbero ricresciuti più. Che le risorse della terra fossero per loro natura finite era anche questa un'informazione a loro sconosciuta. Così scoppiarono le guerre tra villaggi per la conquista di quel poco che rimaneva e decretarono la fine di una civiltà fiorente, alla quale gli spagnoli dettero soltanto il colpo di grazia. Dicevamo del ‘mana', lo spirito dei defunti, che secondo i Rapa Nui avrebbe dovuto vigilare su di loro e per questo si inventarono le famose statue, splendide opere in pietra che ancora oggi sbalordiscono alla loro vista. I moai venivano posti sopra una piattaforma sacra e attraverso gli occhi della statua - questa è la tradizione - l'anima dei defunti riviveva e riversava la propria protezione sull'isola. Con gli anni la costruzione di queste teste era diventato motivo di vanti dei vari villaggi e cominciò la sfida a chi li costruiva sempre più grandi. La superstizione era inoltre quasi più forte della venerazione stessa, tanto che se la statua cadeva durante il percorso tra la ‘fabbrica' e l'area dove doveva essere innalzata, veniva abbandonata perché ritenuto un segnale di malasorte. Per questo l'isola è costellata di statue riverse a terra. Ma quando si arriva a Rapa Nui e si vedono i Moai crollati, si scopre inoltre che la causa non è soltanto questa, e neppure i terremoti o gli spagnoli: i primi a farle crollare furono gli stessi abitanti dell'isola quando la fede cieca nei confronti di queste loro creazioni finì. Finì perché gli avi ai quali loro chiedevano il ‘mana' li avevano in qualche modo traditi, distruggendo l'ambiente che li ospitava. Perché sull'isola non era rimasto praticamente niente da mangiare tanto che si parla anche di episodi di cannibalismo. Il disastro ambientale provocato dall'uomo e dalla sua ignoranza aveva portato quindi al mangiarsi l'uno con l'altro dopo che l'ultimo albero fu abbattuto. Una vera lezione di vita! E oggi? Oggi esistono su questo nostro pianeta migliaia di Rapa Nui, intere popolazioni che si stanno incamminando verso la catastrofe ambientale. Questo è il mondo moderno, ed è con questo che bisogna fare i conti, nel bene e nel male quando si parla di riorientamento dell'economia verso la sostenibilità. Non esiste e non potrà mai esistere una "sostenibilità" che non rispetti la natura.

D. V.

Garbate patch

03:39 Posted In Edit This 0 Comments »

Un altro anno se ne va amici del GVA ma molti problemi rimangono. Oggi, come ogni fine anno vi riproponiamo questo scritto perchè non vada dimenticato come tante altre cose brutte che fingiamo di non vedere e che si nascondono nell'oblio dei giorni.

Garbage Patch è un posto lontano. Se hai perso il lavoro, se ti angosciano le notizie delle borse che crollano, del drammatico calo nell’acquisto di telefonini, automobili, sedie, gadgets elettronici, televisori, non preoccuparti. Ci penserà qualcun'altro. Lascia stare, trova un pensiero felice: i giorni di Natale, le vacanze, i regali. Trovalo, e vola verso un posto lontano dove le cose ti sembreranno diverse. Vola a Garbage Patch. Garbage Patch è un isola amici del GVA. Ma non si trova nelle carte geografiche. Eppure, se prendi la seconda stella a destra e poi vai dritto fino al mattino, la troverai. Sta in mezzo al Pacifico, proprio fra Guadalupe e il Giappone, a due passi dalle isole Hawaii. Non ti puoi sbagliare, perché - a parte la grande muraglia cinese - è l’unica cosa costruita dall'uomo sulla terra che può essere vista distintamente ad occhio nudo da un viaggiatore nello spazio. Garbage Patch è un’isola, non è un piccolo atollo in mezzo all’Oceano. E’un’immensa isola piena di colori e di odori, grande più di due volte il Texas, con un diametro di circa 2600 chilometri profonda 40 metri. E’ il settimo continente della Terra, che alcuni fingono di non conoscere e di cui molti non conoscono neppure l’esistenza. Garbage Patch è un’isola multicolore, ma non ci trovi nessuno. Le navi la evitano, i governi della terra fanno finta di non sapere che ci sia, nessuno ne parla. Eppure c’è: è un’isola galleggiante, una enorme massa di rifiuti che pesa più di 5 milioni di tonnellate, composto per l’80% da plastica. Garbage Patch è un’immensa zuppa di schifezze amici dell'ambiente. Navigandola non s’incontrano bimbi sperduti, ma di tanto in tanto oggetti costruiti dall’uomo: buste di plastica, contenitori di shampoo, palloni da pallavolo, impermeabili plastificati, tubi catodici di vecchi televisori, reti da pesca, bottiglie. I materiali di cui è composta non scompariranno mai, ma si frantumano nel tempo in pezzi sempre più piccoli, una poltiglia di veleno che viene ingerita dalla fauna marina, dai pesci e dagli uccelli, che poi muoiono costellando qua e là l’isola galleggiante delle loro carcasse imputridite. Garabage Patch è una melma creata spontaneamente dai venti leggeri e dalle lente correnti oceaniche circolari che accompagnano i naviganti del Pacifico, che formano una spirale che gli scienziati chiamano North Pacific subtropical High. Tutta questa plastica inizia con un percorso a terra, lungo fiumi e ruscelli, che poi sfocia nel mare aperto in un ammasso di plastica, che non scompare, ma diventa sempre più piccola. Milioni di tonnellate che il mare ha inghiottito ma mai ingerito.Questo enorme vortice ha iniziato dal 1950 a raccogliere e concentrare la spazzatura non biodegradabile di tutto il mondo proprio qui, all’Isola che c’è ma che tutti fanno finta di non conoscere. Garabage Patch è come un bimbo sperduto. Non è di nessuno, e nessuno vuole assumersi la responsabilità di fare qualcosa. E l’isola di spazzatura galleggiante cresce, giorno dopo giorno, anno dopo anno, uccidendo l’Oceano e modificando lentamente anche il corso delle correnti oceaniche, e probabilmente con il tempo anche il clima della Terra. Ogni tanto qualcosa riesce a scappare dal vortice della corrente, e si va a depositare su alcune spiagge delle Isole Hawaii o della California e bisogna intervenire per ripulirle, perche a volte si formano strati di spazzatura anche di 3 metri. Garbage Patch è un posto dove non arrivano i giornali, dove le tv non trasmettono notizie che parlano di interventi per il rilancio dei consumi, di incentivi all’acquisto di elettrodomestici, di automobili, di tutti quei sogni di plastica e metallo che affollano la nostra vita e che finiscono tutti, lentamente qui, trascinati dalla corrente, ignara, dell’Oceano. Garbage Patch è laggiù, ma forse è anche qui, a portata di mano. La costruiamo ogni giorno, a casa nostra amici del GVA, la coltiviamo come un male incurabile e come medici distratti fingiamo di non vedere, anzi la aiutiamo a crescere, preoccupati solo di guarire il mondo da un’influenza, dalla crisi economica. Un male che si espande con dolcezza, lambisce le coste, invade piano i continenti, le case e le città. La nostra vita.

Daniele V.

La vita

14:22 Posted In Edit This 0 Comments »

A passeggio nella campagna intorno casa mia, gironzolavo riflettendo sull’ultimo Rapporto ONU, sui cambiamenti climatici e sullo sviluppo umano e sui rischi per la vita di milioni di esseri umani che sono alle nostre porte. Mentre pensavo che nel frattempo in ogni parte del mondo ci sono persone che muoiono per guerra, fame, malattie come la malaria o la TBC (cose che sarebbero curabili con kit da 10 dollari), mi ha sorpreso la vista di un un ometto biondo, un minuscolo e candido bambino dai capelli d'oro e dalle guance del colore della porpora. Mi ha detto di venire da B 612, un asteroide piccolissimo e lontanissimo, dove era fuggito perchè gli abitanti l'avevano distrutto ed inquinato. Quella gente non aveva capito che il futuro era nelle loro mani. Questo bambino, che sembrava un principe tanto era bello, mi ha confidato che ha vagato di pianeta in pianeta, incontrando tanti strani personaggi e che, dopo tanti incontri, era approdato sulla Terra. Qui aveva posto ad ogni persona che incontrava la stessa, semplice domanda; “Voi uomini della terra, sapreste dirmi qual è la cosa di maggior valore? La più preziosa tra tutte le cose di questo mondo? “Il petrolio” gli rispose senza esitazione un signore americano. “I diamanti” gli rispose un tipo russo. “Il potere” gli disse un altro con gli occhi a mandorla. “La televisione”, affermò un tale di origine italiana. “Ma che dite? L’amicizia!” disse un altro tale. E tutti, a seguire, diedero la loro risposta, finché si alzò un uomo vestito con un umile saio, si mormorava fosse di Assisi,“La cosa più preziosa al mondo è la vita” disse. Tutti gli altri annuirono convinti. Erano stati proprio sciocchi (forse distratti dai loro grandi pensieri?) per non averci pensato subito! Il piccolo principe rinfrancato da questo illuminante incontro, ma dubbioso come tutti i bambini impertinenti, mi ha raccontato di essere tornato a girovagare per il mondo. Voleva essere sicuro che quel signore simpatico e tutti gli altri gli avessero detto la verità. Andava di città in città, entrando nei negozi e nei centri commerciali gonfi di cose, negli alberghi e nei ristoranti, nelle fabbriche più disparate. E trovava mobili, vestiti, case. E ogni cosa aveva un valore per gli uomini, dall’umile candela che si compra per pochi spiccioli, all’auto di lusso che costa molti soldi, ai missili nucleari che solcano gli spazi infiniti e che nessun uomo potrebbe mai acquistare. Ognuno sapeva spiegargli il valore di quegli oggetti. Ma, a coloro i quali chiedeva “Quanto vale la vita?..” si sentiva rispondere con un misero “Non lo so” oppure “Non la vendono da nessuna parte”, “prova altrove”. Preso di nuovo dallo sconforto, s’era incamminato passando così per l’Africa martoriata dalle guerre fratricide senza senso, per l’Iraq e l’Afghanistan insanguinati dalla guerra, per le periferie delle metropoli sventrate da droghe e dalla violenza, entrando in case in cui si uccide in silenzio la propria moglie o i propri figli. E così, sempre più smarrito si era ritrovato perduto in questa campagna. Diceva di aver capito che ogni vita è unica, preziosa. Anche la vita più piccola. E sono tutte diverse e speciali: E vanno coltivate, annaffiate tutti i giorni, con amore. Rispettiamo la vita amici dell'ambiente, anche il più piccolo degli uccelli è un bene inestimabile e la, fuori nello spazio, miliardi di stelle stanno aspettando da miliardi di anni che la vita decida di visitarle, di nascere, di crescere.
D.V.

Pliocene

11:38 Posted In Edit This 0 Comments »

Un ritratto chiaro del futuro del nostro clima si può trovare nel nostro passato. Attualmente, il livello atmosferico di biossido di carbonio (CO2) ha raggiunto le 390 parti per milione (ppm). Dall’ultima volta che è stato così alto sono passati circa 3 milioni di anni, e più precisamente nel Pliocene inferiore. Allora, i livelli di CO2 rimasti nell’aria per migliaia di anni ammontavano a circa 365-410 ppm. Di conseguenza, il Pliocene ci dà indizi vitali degli effetti a lungo termine di elevati livelli di CO2. La nuova ricerca, effettuata dall’Università dell’Arizona di Tucson, dall’Università di Cambridge e due californiane, esamina questo periodo e conferma i risultati precedenti che affermavano che il Pliocene è stato incredibilmente più caldo rispetto alle temperature attuali. La ricerca utilizza due metodi indipendenti per misurare la temperatura artica durante il Pliocene, sull’isola di Ellesmere. Essi hanno scoperto che le temperature dell’Artico sono state di 11-16 ° C più alte. Ciò è coerente con le altre stime indipendenti sulla temperatura artica rilevate da altri scienziati precedentemente. Le temperature del globo in questo periodo sono stimate in 3-4 ° C in più rispetto alla temperatura pre-industriale. Il livello del mare era di circa 25 metri più alto rispetto al livello attuale. Questo ci dice, in modo evidente, che il nostro clima è sensibile alle variazioni di CO2. Se riuscissimo a stabilizzare i livelli di CO2 a circa 400 ppm, sul lungo termine ci potremmo aspettare un ulteriore riscaldamento di 2-3° C, che è significativamente maggiore del riscaldamento previsto dai modelli climatici. Questo perché i modelli climatici includono solo i feedback di breve durata, come il vapore acqueo aumentato e lo scioglimento dei ghiacci marini. Una decina di anni fa, la perdita di ghiaccio ai bordi è aumentata e la Groenlandia ha cominciato a perdere circa 100 miliardi di tonnellate di ghiaccio all’anno, salite a circa 300 miliardi di tonnellate nell’ultimo anno, a causa del mancato recupero legato alle nevicate. La storia passata della Terra ci sta inviando un messaggio forte e chiaro: gli attuali livelli di CO2 non sono sicuri. Allo studio fa eco il movimento 350.org (e non solo quello) che ci dice che dobbiamo stabilizzare i livelli di CO2 a 350 parti per milione per non incorrere in cambiamenti epocali. Questo significa ridurre drasticamente le emissioni di carbonio e ricercare i modi per rimuovere la CO2 dall’atmosfera, altrimenti andremmo incontro ad uno scenario apocalittico come quello del Pliocene ancora una volta.

D. V.